TUTTI A NANNA!

Consulenza sul sonno del neonato e del bambino

Il tuo bambino non dorme?
Si sveglia molte volte durante la notte?
Impiega molto tempo per addormentarsi?
Ha un sonno molto agitato?

Se queste domande sono ridondanti nella vostra giornata potreste rischiare di sentirvi stanchi e facilmente irritati, di esaurire tutte le vostre risorse mentali e fisiche e non riuscire a star bene con vostro figlio.

Molte ricerche evidenziano che una mancanza di sonno prolungata può nuocere la qualità delle attività quotidiane.

Il servizio di consulenza sul sonno del neonato e del bambino ha proprio l’obiettivo di trovare una risposta ai problemi di sonno dei neonati e dei bambini.

 

COME POSSO RICHIEDERE UNA CONSULENZA?

La richiesta della consulenza avviene telefonicamente o tramite mail in seguito alla quale si fisseranno il giorno e l’ora dell’appuntamento.

 

IN COSA CONSISTE LA CONSULENZA?

Nella prima consulenza si cercherà di costruire una panoramica il più possibile ampia della situazione di vita del vostro bambino e della vostra famiglia. Infatti lo stile di vita, lo stile relazionale, gli avvenimenti quotidiani sono tutte situazioni che influenzano il sonno.

E’ importante ricordare che ogni bambino e ogni famiglia sono diversi.

Durante la consulenza si individuerà insieme quale ambito è più problematico, se la fase di addormentamento, quella di riaddormentamento o i numerosi risvegli, pur ricordando che i risvegli notturni sono normali fino ai 3 / 4 anni di vita del bambino.

Successivamente, saranno indicate le strategie specifiche per la problematica riportata.

 

A CHI E’ RIVOLTA LA CONSULENZA?

  • A genitori di neonati di pochi mesi.
  • A genitori di bambini più grandi fino a 4 anni circa.
  • A futuri genitori che aspirano ad acquisire competenze e conoscenze relative al sonno del bambino e che sono desiderosi di “prevenire” possibili difficoltà di sonno. Il sonno dei bambini, fino a circa 3 – 4 anni di età, è molto differente da quello degli adulti e a volte è sufficiente conoscerne le caratteristiche e le esigenze per evitare eventuali problemi.

Non è possibile definire a priori il numero degli incontri necessari, ogni bambino e ogni famiglia hanno una propria storia, ma spesso questo tipo di consulenze durano in media dai 2 ai 5 incontri. Mi riservo di specificare che nonostante segua delle indicazioni di carattere generale che valgono per i più, ogni bambino e ogni famiglia sono unici per cui il mio approccio sarà specifico per quel bambino e per quella famiglia.

 

ALTRI SERVIZI

Oltre al servizio di consulenza sono previsti degli incontri in piccoli gruppi in cui si potranno acquisire conoscenze relative al sonno del bambino. Per i genitori può essere molto utile conoscerne le caratteristiche per riuscire fin dai primi giorni di vita a capire le esigenze del figlio e sintonizzarsi con lui.

Inoltre il poter condividere proprie esperienze in un piccolo di gruppo fa sentire meno soli, e aiuta a capire che sentimenti e reazioni di colpa, rabbia e tristezza sono comuni e condivisi da tutti. Inoltre stare insieme a persone che vivono una stessa situazione permette di trovare delle strategie efficaci per risolvere un problema.

 

 

Per maggiori informazioni

Dott.ssa Jessica Lamponi

Psicologa- Psicoterapeuta

Email: jessica.lamponi@gmail.com

Tel. 3284910457

 

 

FIDARSI

Imparare a dare fiducia, anche a lui.

Ebbene si, oggi voglio parlarvi di fiducia, ma relativa ad una situazione di vita specifica.

Quanta fiducia diamo al nostro partner nell’organizzazione domestica? Immagino che per alcune la risposta sia: “Poca! Non sanno fare nulla! Se fanno qualcosa, sbagliano e fanno disastri, allora è meglio che lo faccia io altrimenti devo rifarlo due volte”.

Le incombenze domestiche molto spesso sono ancora a carico della donna, ma è solo una questione culturale? O dipende da noi che non ci fidiamo dei nostri uomini?

Grazie ad anni di battaglie le donne sono riuscite ad avere un ruolo nel mondo lavorativo. Nonostante ciò molte decisioni e incarichi domestici come la gestione dei figli, la cura della casa, la scuola e le visite mediche dipendono ancora dal sesso femminile.

Io non credo sia solo un retaggio culturale; suppongo che molto spesso siamo noi che in qualche modo non ci fidiamo delle loro “capacità domestiche” e piuttosto che lasciarli provare, ci attiviamo noi.

Come afferma Marie-Laure Monneret, ad incidere sicuramente c’è una educazione culturale e una riproduzione della famiglia di origine, ma anche la “sindrome da Wonder Woman”, cioè la ricerca della perfezione, del riuscire a fare tutto: “perché io sono brava, capace e posso gestire ogni cosa. Non ho bisogno del suo aiuto, posso riuscirci io”. Tutto ciò non fa altro che innescare una mancanza di fiducia nel proprio partner.

Le conseguenze sono un aumento dello stress, frustrazione per il mancato riconoscimento del proprio ruolo di manager familiare, tensioni nella coppia, e con i figli, sensi di colpa e perdita di fiducia in sé stesse e nelle proprie capacità.

Inoltre a gravare maggiormente la situazione non è solo l’esecuzione del lavoro, ma anche il farsi carico di prendere delle decisioni, ossia sentirsi la responsabilità dell’intera organizzazione familiare che aumenta il carico mentale e toglie energie.

E allora perché non chiedere ai nostri compagni di aiutarci? Perché non rivedere l’attribuzione dei ruoli che abbiamo in famiglia? 

Cosa possiamo fare?

  • Capire che cosa ci spinge a non fidarci dell’altro e a non chiedere il suo aiuto.
  • Condividere quali sono le decisioni da prendere e i lavori da effettuare e dividerli.
  • Riequilibrare le incombenze domestiche.

Occorre provare a cambiare mentalità e adottare nuovi comportamenti che permettano di condividere le responsabilità familiari, ma se non siamo prima noi a uscire da questa mentalità da wonder woman, l’altro non ce la può fare. Perché? Perché tutto ciò che farà per aiutarci sarà sbagliato in quanto “non lo fa come dico io”.

PRENDITI CURA DI TE

Bisognerebbe prendersi cura della salute come si prende cura del divertimento, allora non si sarebbe mai malati.
(François Gervais)

Il dolore fisico non è la sola causa di malessere. Possiamo sentire un forte dolore per una frattura o un mal di testa… Per risolvere il problema ci rivolgiamo al medico di base o ad uno specialista.

Dal punto di vista cerebrale nel momento in cui vi è un dolore fisico si attivano delle aree specifiche deputate alla percezione della sensazione dolorifica.

Diversi studi hanno dimostrato come a livello cerebrale si attivano le stesse strutture sia quando sperimentiamo un dolore fisico sia quando sperimentiamo un dolore emotivo. Ad esempio i ricercatori hanno notato una simile attivazione sia quando una persona si scotta una mano prendendo una tazza di caffè bollente, sia quando una persona pensa alla chiusura di un rapporto amoroso.

In seguito a questi studi mi sono soffermata sull’importanza di far comprendere come il dolore e la sofferenza emotiva hanno lo stesso valore, le stesse attivazioni cerebrali del dolore fisico.. e allora perché ne diamo meno importanza? Perché ci diciamo, “ma si dai passerà, devi solo resistere, basta solo un po’ di volontà”.

No non è così, a volte non è la volontà che manca ma è la malattia che non ci permette di muoverci, perché si la sofferenza emotiva può essere una malattia, si chiama malattia mentale. E se noi ci curiamo della salute fisica dobbiamo curarci allo stesso modo e con la stessa importanza della salute mentale.

Un esempio: che cos’è l’ansia?

L’ansia è un’emozione specifica dell’essere umano. Quello che fa generare l’ansia è la minaccia di qualcosa di ignoto e imprevedibile e quindi non controllabile. E’ tipicamente umana in quanto solo l’uomo è in grado di proiettarsi nel futuro. Quello che spaventa è la previsione di finire in uno stato poco conosciuto. Coinvolge fattori cognitivi, emotivi, comportamentali e fisiologici.

Mentre la paura può essere intesa come la valutazione automatica di una minaccia o di un pericolo percepito, presente e anche tangibile (ad esempio quando siamo di fronte ad un orso!), l’ansia si manifesta diversamente da persona a persona, ma in genere le sue caratteristiche sono:

  • pensieri ansiosi (farò una figuraccia, non sarò all’altezza, mi sentirò male…)
  • emozioni ansiose (paura, timore, ansia)
  • sensazioni corporee alterate (tensione muscolare, respirazione veloce, battito cardiaco accelerato, sudorazione profusa, sensazioni di svenimento, vertigini…)
  • comportamenti alterati (agitazione, aumento/diminuzione appetito, evitamento di certe situazioni…).

E allora perché non prendersene cura?

Negare la presenza di un malessere e di una sofferenza psichica non ci aiuta ad alleviarla. Il dolore emotivo è una sofferenza che ha la capacità di farsi vivo e presente: a volte con sintomi di ansia, altre volte con mal di testa, forte stanchezza, apatia, incapacità di prendere delle decisioni ecc…

Non ti curi quando eviti il dolore, quando lo reprimi e neghi la sua esistenza. Non ti curi quando ti isoli, quando deleghi la responsabilità del tuo dolore ad altre persone, quando sposti il tuo dolore ad altre situazioni della tua vita, quando ti dici che va tutto bene, ma sai che non è così perché sei assillato/a da pensieri rimuginativi rispetto alla tua sofferenza.

E allora, se questa è la situazione, non isolarti, parlane con un’amico/a per avere un caldo conforto, un abbraccio, parlane con il tuo/a compagno/a.

Se la tua sofferenza continua rivolgiti ad uno psicologo o ad uno psichiatra.

La cura per la salute mentale c’è, è solo che non vogliamo prendercene la responsabilità, perché abbiamo paura di essere giudicati, screditati, considerati “pazzi”. E mi chiedo: se hai un ginocchio rotto, i tuoi amici e conoscenti non ti dicono cerca di curarti?

E allora perché non lo facciamo per le malattie mentali?

Vorrei che si iniziasse a parlare di patologia mentale con lo stesso valore e significato di una patologia fisica, perché la sofferenza esistenziale si muove dentro di te lentamente e se non te ne prendi cura prima o poi ti sovrasta non facendoti vivere serenamente.

Bambini sovrappeso

Quali sono i campanelli di allarme?

Che cosa si può fare?

 

I bambini sovrappeso sono sempre più numerosi : dalle ultime statistiche sembra che 1 su 3 in Italia abbia questo problema.

Il fenomeno sembra toccare principalmente il centro e il sud Italia, investendo largamente anche le nostre Marche.

 

I genitori spesso non sanno come gestire la situazione, che può sfuggire di mano, e sentono la necessità di un sostegno.

I bambini sono fiori

Da non mettere nel vaso:

crescon meglio stando fuori

con la luce in pieno naso.

Con il sole sulla fronte

E i capelli ventilati:

i bambini sono fiori

da far crescere nei prati.

(Roberto Piumini)

«Mentre iniziavo a scrivere, ho letto questa poesia e la connessione è venuta da sé.

“I bambini sono fiori da far crescere nei prati”, in realtà vedo pochi bambini nei campi e nei prati e sempre più bambini chiusi nelle proprie stanze “da gioco”.

Sono sempre meno i bambini all’aperto, a giocare e ad urlare, a rincorrersi, a sporcarsi, e sempre più bambini davanti alla Tv, alla PS4, alla Xbox, al Tablet e allo smartphone.

Le conseguenze? Almeno una, sicuramente: l’aumento di sovrappeso e obesità in età pediatrica.

L’obesità in età pediatrica è un fenomeno che ha raggiunto proporzioni mondiali.

In Italia, nel 2017, il sistema di sorveglianza OKKIO ALLA SALUTE ha dimostrato che il 21,3% dei bambini è in sovrappeso e il 9,3% risulta obeso.

Ma che cosa significa essere obeso?

In termini tecnici l’obesità è una condizione che si caratterizza per l’aumento di massa grassa, come il risultato di un bilancio energetico positivo protratto nel tempo; è come se mettiamo troppa benzina nella nostra auto, la conseguenza è che straborda, esce fuori!

Uso questo termine non a caso: è infatti come se anche il corpo del nostro bambino non riuscisse più a reggere l’enorme quantità di cibo che gli viene offerto,il quale, non potendo uscire fuori dal corpo, aumenta di dimensione e straborda dentro i confini corporei!

Attenzione, essere bambini sovrappeso o obesi non è solo una questione di ordine fisiologico (troppo cibo), ma entrano in gioco molti altri aspetti, come il modello familiare di alimentazione.

Come si mangia all’interno della propria famiglia? Che esempio diamo ai nostri figli? Cosa viene offerto sulle nostre tavole? Sono consapevole di dare troppo cibo a mio figlio? Mi rendo conto del sovrappeso di mio figlio?

Importanti sono anche le interazioni familiari, il cibo è solo nutrimento o anche consolazione?

Inoltre non dimentichiamoci dello stile genitoriale, del temperamento del bambino, dei contesti di vita nel quale il bambino vive, della sedentarietà;

come potete ben vedere il problema non è solo il cibo e di conseguenza fare una dieta, ma la questione si allarga a tutta la famiglia e ai contesti di vita di nostro figlio.

Perché è così importante prestare attenzione al sovrappeso del bambino già in tenera età?

In primis è più a rischio di sviluppare un’obesità in età adulta, diabete e rischi cardiovascolari.

Inoltre, può incorrere in problemi di carattere psicosociale: un bambino in sovrappeso o con obesità avrà minore autostima di sé, sarà più diffidente a stringere delle relazioni, avrà un maggior senso di vergogna, avrà un’immagine di sé negativa e potrebbe sviluppare in futuro depressione e disturbi d’ansia.

Resta ai genitori osservare e porsi delle domande.

Ecco alcuni campanelli di allarme che sono associati al sovrappeso e all’obesità nei bambini:

  • Colazione assente o incompleta
  • Frequenti spuntini
  • Merende molto abbondanti
  • Eccesso di uso di carboidrati
  • Consumo non quotidiano di frutta e verdura
  • Consumo quotidiano di bevande zuccherate e/o gassate
  • snacking: l’abitudine di fare frequenti spuntini al di fuori dei pasti principali.
  • desk-eating: l’abitudine di mangiare mentre si gioca alla xbox, alla play station, al computer o mentre si studia.
  • Scarsa attività fisica sportiva.
  • Poche relazioni al di fuori della scuola.
  • Poche uscite con gli amici all’aperto.

 

Queste sono solo alcune caratteristiche, ogni bambino ha una propria identità e un suo modo di comportarsi, però se alcune di queste specifiche vi suonano familiari, non chiudete gli occhi, ma iniziate ad affrontare il problema.

Una volta osservate queste peculiarità, immagino che vi chiediate cosa si può fare: bene, ci sono alcune strategie generali, che illustrerò di seguito.

  • Aumentare l’attività fisica.

Questo punto è estremamente importante, non vuol dire praticare uno sport, vuol dire favorire in famiglia un gioco attivo: poco tempo con PS4, Tablet, e smartphone, preferire giochi come nascondino, corsa ad ostacoli, giri in bicicletta (anche intorno al proprio garage), coltivare l’orto insieme.

E se la giornata è uggiosa e non permette attività all’aperto, possiamo cantare, suonare, giocare con una piccola palla morbida a terra, giocare con le costruzioni… insomma trovare delle attività che permettono al bambino di muoversi, di stare insieme alla famiglia o ai suoi compagni di giochi, stimolare la condivisione, e ridurre l’uso di tv e tablet!

Oppure usare gli strumenti tecnologici per muoversi: ad esempio mettere delle canzoni che piacciono ai nostri bambini e farli ballare!

  • E poi c’è lo sport, se si ha la possibilità di far praticare al bambino uno sport, provate!

Lo sport è benessere fisico e psicologico, permette al bambino di confrontarsi con le sue capacità, i suoi punti deboli e i punti di forza, fa crescere in lui la competizione che, se stimolata in maniera adeguata, consente di sviluppare un bambino con una buona autostima, promuove lo sviluppo di relazioni importanti che si porterà per tutta la vita.

  • Cercate di non dare troppo significato al cibo: il cibo è nutrimento non consolazione!

Se vedete vostro figlio un po’ triste, cupo, chiuso, provate a stare con lui, cercate di parlargli e capire cosa è accaduto, non dategli una caramella “per addolcire la giornata”.

  • Giocate con vostro figlio e con il cibo!

Portatelo con voi a fare spesa e fategli prendere confidenza con tutti i cibi (soprattutto frutta e verdura), fate che ne scelga uno che potrà poi cucinare a casa.

Prendete un cappellino da Chef e create una torta di carote e zucca! Mi raccomando chiedete sempre al bambino cosa prova, che sensazione gli dà! Parlate con i figli!

 

Queste sono solo delle indicazioni generali, ricordate che ogni bambino è un individuo unico e inimitabile, con il suo temperamento, il suo modo di emozionarsi e il suo modo di essere al mondo.

Quindi, siate sintonizzati con vostro figlio, guardatelo, osservatelo, parlate con lui, emozionatevi con lui.

Il vostro bambino con il suo corpo vi sta chiedendo aiuto, sta provando a comunicare con voi!

Cari genitori, le risorse sono dentro di voi e in vostro figlio, solo che a volte non si riesce né a scorgerle né a trovarle.

Se nonostante gli sforzi e i tentativi di arginare il problema, questo persiste, forse è arrivato il momento di chiedere aiuto.

Non vergognatevi, non abbiate paura e non temete il giudizio, i momenti di difficoltà sono sempre dietro l’angolo, affrontarli il prima possibile, aiuta a risolvere prima il problema.

 

Spazio ascolto per fratelli

Da diversi anni collaboro con un’associazione che si occupa di tutela della salute mentale. Ci sono molti familiari che arrivano in questa associazione per avere un supporto, un sostegno, degli amici con cui stare insieme.

Mi sono sempre più resa conto di quanto non solo i genitori soffrano per le difficoltà di un loro figlio, ma anche i fratelli e le sorelle; molto spesso non vengono ascoltati perché sono coloro che “stanno bene”.

In realtà dare voce al loro vissuto emotivo e ai loro pensieri è molto importante, per cui ho pensato di dare uno spazio, un luogo e un tempo ai fratelli e sorelle di persone con disabilità che vogliono essere accolti e ascoltati.

 

Lo sportello è aperto su appuntamento. E’ possibile riservare dei posti anche il sabato mattina e presso il Centro Medico Citymed di Montecassiano (MC).

Per tutte le informazioni non esitate a contattarmi.

Alimentazione e patologie

Sono 10 anni che per motivi di studio, di ricerca e professionale mi occupo di queste patologie.


Ci sono alcune manifestazioni che non sono ancora classificate come dei veri e propri disturbi, ma comunque causano molte complicanze dal punto di vista psicologico, sociale, lavorativo e medico.

Ortoressia deriva dal greco Orthos (giusto) e Orexis (appetito) e indica l’ossessione psicologica per il mangiare sano. Chi soffre di ortoressia è infatti controllato da un vero e proprio fanatismo alimentare, un complesso di superiorità basato sul cibo che lo porta a disprezzare chi non mangia sano.

 

 

Vigoressia, o bigoressia (dall’inglese “big”, grosso), è un disturbo psicologico che si può classificare all’interno dei “nuovi” disturbi alimentari, come ortoressia (ossessione per il cibo ritenuto sano), drunkoressia (digiunare per poi poter assumere alcolici in quantità, senza ingrassare), e pregoressia (alimentarsi il meno possibile in gravidanza per evitare di aumentare di peso); la vigoressia è caratterizzata da una seria dispercezione corporea, opposta a quella dell’anoressia nervosa, che porta il soggetto a sentirsi sempre troppo esile, gracile e magro, temendo di apparire “piccolo”, debole ed anche inadeguato.

 

 

Pregoressia: la paura delle donne incinte di ingrassare.

Quando una donna è incinta, è normale che prenda tra i 9 e i 14 chili. Anche se questo dato varia a seconda dei casi, di norma dopo il primo trimestre, la madre prende un chilo e mezzo al mese. Tuttavia, alcune donne incinte sviluppano la pregoressia, un disturbo noto come l’anoressia delle donne incinte e che infrange questa regola.

Non prendono peso o addirittura ne perdono, e non assumono i nutrienti essenziali. Tutto questo impedisce che il feto possa crescere bene. Pertanto, e nonostante questo accada in un numero limitato di casi, le ripercussioni della pregoressia possono diventare molto gravi sia per la madre che per il feto.

 

 

E per maggiori informazioni non esitate a contattarmi.